La mia Siena.

Sono innamorata di Siena perché mi stupisce ogni giorno, come la più premurosa dei fidanzati. Amo questa città perché custodisce meraviglie indiscusse in ogni angolo. Passato e presente si intrecciano e si legano l’uno all’altro senza perdersi di vista, e senza tuttavia perdere la loro essenza e originalità. Adoro Siena perché la contemplo quotidianamente come fosse la nostra prima volta, ed io, perenne turista mi sento un eterno fanciullino che non si abitua allo splendore e ne rimane abbagliato ad ogni sguardo.

Inaspettatamente questo pomeriggio, grazie ad un amico, ho visitato un luogo magico, a pochi passi da casa, davanti al quale passo da cinque anni e mezzo ignorando però le perle preziose che nasconde al suo interno. Si tratta della sede storica della tanto chiacchierata banca del Monte dei paschi di Siena, oggi eccezionalmente aperta al pubblico.

La nostra guida, un uomo dai capelli bianchissimi, ex dipendente della banca e dalla cultura straordinaria, ci ha regalato un pizzico del suo sapere, mantenendo vivaci i toni per non far sprofondare la curva della nostra attenzione. E devo ammettere che è riuscito nel suo intento.

Ho fatto ingresso in un mondo parallelo tinto di storia, politica, intrighi, idee di un tempo passato che lascia intravedere i suoi segni definiti nella Siena odierna, rimasta marchiata. Ipnotizzata ascoltavo e non perdevo un dettaglio, fotografando quanto più possibile di quello spettacolo perché rimanesse impresso nella mia memoria. Ascoltavo attenta e ammiravo con occhi spalancati. Libri antichi, affreschi, architetture originali, vedute che mozzavano il respiro. Il sacro che si mescolava al profano. E intanto il mio amico gongolava, da impeccabile artefice della sorpresa, e si divertiva a guardarmi assorta e intenta ad inghiottire quante più emozioni potessi in un solo boccone. Ci siamo fatti uno splendido regalo oggi. 

Ancora una volta Siena mi ha rapita e fatta sua. Perdutamente innamorata della mia narnia, della mia casa, di quel posto che sento mio e sempre più mio. Siena è una maledizione, una favolosa maledizione.

Sproloqui ritardati.

Fare l’amante può voler dire tendenzialmente due robe diverse : condividere le lenzuola con persona non esattamente single, condividere anche altro oltre al sesso e alla passione. Richiamo qui concetti come interessi, tempo libero, sentimenti.

Si dà il caso che alla sottoscritta sia successo di rivestire per un anno intero il ruolo di amante del primo tipo, nel caso di specie di un uomo parecchio piu grande di lei.

Bene, la complicità e l’affinità possono essere portatrici sane di emozioni incontrollate che probabilmente prima di quel momento sono rimaste imbrigliate e nascoste. Ho sempre sostenuto che occorrono le persone giuste per qualunque esperienza. E per me quello era il momento adatto, quella la persona adatta.

Tutto è nato come un gioco indubbiamente intrigante, divertente, ammiccante. Ed era esattamente ciò di cui in quel momento avevo bisogno, per ragioni soltanto mie. Mi sono ritrovata a passare quelle ore spensierate dentro la mia stanza o all’interno nell’abitacolo della sua auto. Non si é mai trattato di mero sesso meccanico, quello da filmettini porno recitati peraltro male, no quello mai. Io mi sentivo libera e viva, emozionata, senza maschere o inibizioni, senza interferenze né illusioni. Aspettative mai create e consapevolezza di un gioco che nasce e muore come tale, senza sviluppi intermedi in qualsivoglia direzione.

Ma si dà anche il caso che l’orologio di tutti i tempi non cessa di muovere le sue lancette, così sono trascorsi dei mesi. Durante i quali, a meno che tu non sia un bipede di carta pesta, per qualche formula matematica e per qualche ragione sconosciuta, inizi ad affezionarti alla persona che hai di fronte. Che pian piano prende a raccontarti di sè e dei suoi guai, e ti mostra quel lato di uomo fragile che fino ad allora non era riemerso alla luce. Allora comprendi che ha un’anima, che si emoziona, che è circondato da affetti imprescindibili e situazioni complesse e private. E quando anche tu tenti di farti spazio, dopo averlo ascoltato attentamente e con le antenne drizzate, noti la sua indifferenza tagliente come un coltello da macello. Ma sei per natura predisposta all’attività di ascolto e altrettanto diligente e idiota da metterti costantemente in secondo piano, rimanendo in silenzio. E tutte le volte la storia si ripete, e ti senti ormai uno sfogo fisico e psicologico. Prendi ciò che puoi, perché in qualche modo folle questa situazione ti restituisce qualcosa. 

Non giudichi e non ti ergi a tribunale monocratico terzo ed imparziale, sei soltanto una ragazzina, che considerazione può avere di te, che sei nuddru ammiscatu cu nenti.

E nonostante lo fai presente, che ti senti una bambola zittita se diventa impertinente, se cerca di fugare i suoi dubbi, le risposte sono sempre identiche ed inconcludenti. E allora col beneficio del dubbio, continui per la tua strada, lamentando mancanze di considerazione e al contempo sentendoti inopportuna e inadeguata.

Perché della vita sai ancora poco, perché cosa puoi pretendere, ti conosce parzialmente e gli sta bene così, non saprebbe cosa farsene di altre informazioni, la superficie rappresenta il luogo confortevole su cui si è adagiato senza chiedersi altro. Senza chiedersi chi sei, perché fondamentalmente sei una persona qualunque che allieta i suoi pomeriggi, e sicuramente neanche l’unica. Si dà il caso che tu superficiale non sei mai stata, e preferisci scavare e approfondire. E di figure superficiali proprio non sai cosa fartene, accanto vuoi gente limpida con anime pure.

Tuttavia i bisogni più intimi non rimangono silenti fino alla notte dei tempi, un bel giorno decidono di svegliarsi e richiamare la tua attenzione. Si sono sentiti ignorati, e accusi stanchezza, nervosismo, rabbia.

Rabbia per il rispetto mancato, per le idiozie raccontate come fossi la più ingenua delle giovani donne, soltanto perché sulla carta di identità hai ventisei anni in meno. Come se le valutazioni, le considerazioni autonome, le intuizioni, non potessi partorirle. Io non mi aspettavo nulla se non un pò di affetto, le priorità delle nostre esistenze sono state da sempre differenti e anacronistiche le une per le altre. Ho imparato ad apprezzare anche ciò che non si vedeva, l’essenziale è invisibile agli occhi, no? E io le persone le sento, con la mia empatia avverto e comprendo, anche stando semplicemente in religioso silenzio attenta a non proferire parola.

Non conosco la ragione di questo sproloquio estemporaneo, non è la classica storiella del banale e prevedibile innamoramento illusorio, qui non c’è niente di tutto questo. Non esiste un tentativo di reato che riguarda la pretesa di sapersi o sentirsi importante. Né ho voluto suscitare tenerezza o sensazioni simili. Qui c’è soltanto una persona che voleva essere riconosciuta, rispettata e considerata come tale, senza se e senza ma, senza giochi sporchi, senza frasi prive di capo e coda.

Io ti rimprovero per essere stato assenza quando ti chiedevo presenza, per essere stato altalena quando ti volevo costanza, per essere stato inafferrabile quando cercavo affetto. Ma non si può pretendere qualcosa quando il diretto interessato si dimostra tutto fuorché interessato a ciò che concerne la tua sfera. L’affetto non si elemosina, il rispetto dal canto suo deve venire da sé. Avrei voluto che poggiassi la maschera sul comodino, che mi parlassi senza copione, che ti sbarazzassi della convinzione di poter offendere la mia intelligenza. Che anche tu potessi guardarmi e leggermi dentro. Ti rimprovero perché non eri in alcun modo obbligato o costretto, avresti potuto lasciare la scialuppa, slegare la catena e scappare dove non avrei potuto trovarti.

Le persone hanno un’anima, tutte quante. Voler bene a qualcuno vuol dire lasciare che vada per la sua via, e che questa sia tortuosa o meno non è affatto affar tuo.

2 maggio, 20.46

Qui dove tutto ha avuto inizio. Qui dove ho preso e perso qualcosa di me e non soltanto di me. Qui dove mi sono conosciuta nel profondo, e allo stesso modo adesso comprendo che quel profondo non merita più di essere assecondato. Non é prevista alcuna sanatoria, le clausole vessatorie si rivelano costantemente una fregatura acida da digerire. Allora che fai, firmi oppure no? Si, le sottoscrivi pur sapendo che oggi hanno un vestito allegro e rassicurante, ma che col passare del tempo potrebbe trasformarsi in un velo nero da lutto, svuotato di forma e sfiorato dalle prefiche gementi e piangenti in una valle di lacrime recitate. Ma tu no, non sai recitare, il mestiere di attrice non è nelle tue corde. Circonvallazioni di destini incrociati, intersecati. Questo siamo, tutti quanti. Basta razionalizzarlo, accettarlo, e non dimenticare di svoltare alla prima uscita disponibile, quando occorre.

30 aprile.

come in un loop. incastrata . bloccata fra le grinfie di in un circuito rischioso, pericoloso, dannoso. incatenata. brucia, qualcosa brucia e vibra. il petto, la pelle, le dita.

è che imparo a voler bene alle persone, che per un motivo non casuale mi trasmettono, mi comunicano. o forse sono io che inconsapevolmente attingo e assorbo come fossi una dannata spugna. e senza percezioni esterne questo accade, continua a succedere. prepotentemente ma in silenzio. e non me ne accorgo io, non se ne accorge chi è con me. so soltanto che si tratta di una consuetudine tacita, un rituale arcaico.

considerazione. una bizzarra e fondamentale forma di attenzione, interesse, curiosità, rispetto. non bisogna lasciarla in disparte, senza la sua presenza tutto è vano. se il nostro essere, la nostra interiorità o più banalmente la nostra persona, non vengono presi in considerazione in alcun modo.. allora niente ha avuto senso. tutto perde di valore, un valore nato e sviluppatosi a senso unico. si squarca il velo che copriva uno sporco gioco d’azzardo fatto di regole vili e sleali.

essì, è che ho un fottuto bisogno di sentirmi considerata. 

fossa.

avrei voluto farti vedere, farmi vedere, conoscere.

avrei voluto farti ascoltare, farmi ascoltare, comprendere.

avrei soltanto voluto, punto. avrei voluto e basta.

ma adesso non è più tempo, è già trascorso tutto quello di cui potevo godere, quello che potevo respirare e vivere. oggi no, non mi è più concesso. oggi nelle mani vuote stringo un pugno d’aria fredda. e faccio spallucce come segno di resa, come a dire all’altra parte di me che sapevo esattamente cosa stava accadendo, che le sensazioni parlano chiaro e le previsioni le azzecco meglio degli esperti. medaglia vinta, la sfoggio al collo come segno d’orgoglio, fiera.

avrei voluto, avrei soltanto desiderato poterlo volere. senza riserve, istanze, resistenze, interferenze e oblique frequenze.

 

23 aprile. 18.43

Asilo, chiedo asilo. Distanze incolmabili, assenze costanti. Eppure basterebbe così poco.

Perdono, chiedo perdono. Mi scuso degli errori compiuti e delle delusioni causate, se sono stata fonte di aspettative mal riposte.

Una mano, una carezza, una voce.

L’autonomia è terminata, occorrono urgenti stimoli urlanti e convincenti per ricaricare la batteria. Scorte di linfa vitale che possano sfamarmi del tutto. 

Placa la mia sete, zittisci le palpitazioni, colma i vuoti. 

9 aprile.

ascolto la mia coinquilina suonare la chitarra, fuori ancora resiste una luce timida. ricordo quando anch’io da bambina suonavo lo stesso strumento e mi dico che mi piacerebbe non poco ricominciare. giornata parzialmente risolutiva questa per me, interiormente. ho ragionato, compreso, ho cercato di dare a me stessa le motivazioni che disperatamente pretendo di trovare chissà dove. quando invece niente e nessuno può realmente prenderle e portarmele, porgermele dalla sua mano schiusa. io, sono io, esisto io. gli stimoli posso anche recuperarli altrove, fuori da me, ma sono la sola che può vederli, interpretarli e plasmarli nel giusto modo. con la pazienza di cui da sempre sono dotata, con la costanza e la grinta che ho smarrito in qualche angolo dello stomaco. i miei stessi pensieri mi hanno aperto gli occhi. piccoli e verdi vogliono scrutare, hanno bisogno di osservare qualcosa di nuovo, il sole farsi caldo e il cielo terso. il tono di voce di mio padre al telefono, ieri ed oggi, mi ha, inconsapevolmente, come svegliata. un’amica è riuscita a scuotermi con maniere dolci e discorsi decisi, ecco perchè mi sento fortunata. parlo, parlo tanto io. e vengo ascoltata, da chi mi dimostra ogni giorno quanto a me ci tiene e quanto per me è disposto a fare e dare. i miei pilastri. sorprendente la profondità dei legami che nascono un giorno per un incrociarsi di occhi e strade, e che si annodano l’uno all’altro puri e sicuri.

forse oggi ha avuto inizio la mia primavera, ho quasi paura a prenderne atto. mi responsabilizza, presa di coscienza notevole, ma anche questo è compreso nel pacchetto dell’essere diventati adulti.