Attese e precariato.

Mia madre stamattina, riferendosi alle valigie rimaste parcheggiate nella mia stanza, mi guarda e dice “Sembri Peter, hai presente Heidi? Ecco, quando Peter dovette partire e andò via col fagottino. Tu con le tue valigie e i sacchetti che non sposti. Come se dovessi andare via domani.”

Ho riso come una bambina in preda ai cinque minuti del bischero, come dicono in Toscana. Ecco, la Toscana, quella è casa mia. Non più questo posto al quale non sento di appartenere manco per sbaglio. Sintomo chiarissimo la presenza delle valigie in camera, per un mese intero. E guai a chi prova a cambiar loro posto.

Mi sono spesso chiesta il perché. Mi sento una siciliana snaturata, amo la mia terra e le mie origini ma tornare qui ha ormai sapore di vacanza e desiderio di una breve permanenza. Quel senso di precarietà che mi investe ogni volta, contenta sì ma sempre e comunque a metà. Non lo avverto come il mio luogo, il mio posto, non provo empatia con lui. Due settimane o poco più e sento l’esigenza fisica di dover andare via. Mi interrogo e mi colpevolizzo, non è affatto scontato nè semplice da esprimere, ma qui non sono a casa. E quasi nessuno riesce a comprenderlo, tranne chi, come me, si sente affannato e arranca, e ricerca la sua pace.

Siena mi aspetta.

Tu mi aspetti. E queste attese si fermano in gola e sullo stomaco, sento la prepotenza del magone che si è attorcigliato alle mie viscere. E tu continui a mancarmi e mi manda fuori di testa. 

Così è se ci pare.

Una fotografia. Una dannata fotografia, scattata nello stesso identico posto della stessa città, a pochi mesi di distanza dalla sua fotografia gemella. Sorprendente, stupefacente, da non riuscire a crederci senza sentirsi due folli deliranti. Due ubriachi di poesia e brividi, due inguaribili devoti alle emozioni.

Edimburgo, Scozia. Aprile e luglio dello stesso 2014. Stessa strada, stesso punto, stessa prospettiva.

Abbiamo camminato sulla stessa terra. Mi cercavi, mi stavi cercando. Sapevi che ero passata proprio da lì. Ed io stavo aspettando, ti stavo aspettando. Attendevo che un tornado improvviso mi investisse, mi risucchiasse l’anima e polverizzasse le mie ossa di cristallo per fare di me creatura nuova. Aspettavo ma mi rifiutavo di ammetterlo. Fin quando ho addirittura smesso. Così l’armatura è scivolata giù, pesante e chiassosa, in segno di resa. Frantumata. Algida e a pezzi.

Dicono che arriva quando meno te lo aspetti. E io ho sempre risposto con fare cinico e disillusa “Ho smesso di aspettare, io non aspetto più tanto non arriva. Chi deve arrivare? Per me deve arrivare? Nah.”

Adesso sei qui. Oggi sei qui. E hai deciso di restare.

Fatalismo a parte, quelle foto gemelle mi hanno dato l’ennesima conferma. Non che la ricercassi, intendiamoci, non ne avvertivo alcuna necessità. È stata lei ad arrivare da sola, ha sentito il richiamo e si è avvicinata sbucando di colpo. 

E che colpo, dritto a destinazione. BAAAMM. Bersaglio centrato in pieno. Foro d’entrata e d’uscita ben visibili, orme inequivocabili. Ancora la sento la polvere da sparo, quell’odore deciso, acre. Pungente.

Mi piace pensarlo, che doveva andare esattamente così, qui e ora. Non prima né dopo. Dovevamo trovarci fra strade di sconosciuti e paesi diversi, fra i passanti distratti e le zingare cartomanti. In mezzo alle onde di due mari agitatissimi e incazzati, che contano più alte maree di quanto una statitisca possa stimare.

Adesso siamo pronti.

Adesso siamo salvi.

First breath after coma.

I turni si attendono, si rispettano, si attraversano.

Dici che mi sono persa le cose più belle. Dico che è un’ idiozia, e sai perchè? Tu non c’eri ancora, come potevo sapere, come potevo imparare e farne esperienza, incasellare in memoria e imprimere sulla pelle del cuore.

Svuotata dai timori e dalle angosce, riempita di te. 

Randagia fino a quel giorno di primavera che mi ha svegliata dal coma e riportata alla vita emozionale. Bastava soltanto pizzicare le corde prescelte, e lo hai fatto senza alcuna indicazione. Ci sei riuscito. Con pazienza hai oleato gli ingranaggi ormai arrugginiti di cui persino il tempo si era dimenticato. Con delicatezza hai scostato a mani nude quell’ammasso devastante di cenere e macerie che ricopriva ogni cosa. 

Io non mi sono mai sentita per tutti, nè di nessuno. Adesso, inaspettatamente, sento di appartenere a qualcuno.

Mi hai insegnato che le persone si accadono, ricordi? E noi ci siamo accaduti, annusati, riconosciuti.

Anestesista, il suo lavoro è terminato. Il paziente và risvegliato. 

Sei la mia ri anima zione, hai messo in moto un’anima che si credeva morta.

Sei il mio primo respiro, il mio primo respiro dopo il coma.

Canzone al sapore di sogno lucido.

Non lo vedi che sanguiniamo allo stesso modo? Con lo stesso ritmo? Fa quasi paura, ed io ne ho. Ne hai anche tu. Da vendere al miglior offerente alle bancarelle per la festa del paese. Le compreranno davvero i passanti le nostre paure? Vorranno tenerle al posto nostro?

Non lo senti che respiriamo allo stesso modo? Con lo stesso ritmo? Lo senti oppure no? Io me ne sono accorta. E non è una pretesa.

Ti ho cercato una vita intera, dove cazzo ti eri cacciato. E no, questo in effetti preferisco non saperlo. Così da rimanere beata. Appoggiata a quell’ ignoranza di chi decide di non conoscere. Non curanza.

Ma cosa sto dicendo, che io voglio sapere tutto. Per averne memoria, per imparare, per comprendere fino in fondo. Fino al fondo che più in fondo ci sono le ossa. Che quelle ferite le sento ancora vive, forti e chiare. E sono qui per loro. Per te. Per prendermene cura.

Così quelle paure andranno via. Oh si che se ne andranno. 

Per una volta.

Vorrei poter saltare la fase dell’oblio, del dubbio assassino che stupra e squarcia senza pietà. Inascoltabile ticchettio, tortura disumana, goccia di veleno di serpe che puntuale cade a picco sullo stesso punto e corrode, ogni santissimo giorno. Vorrei poter stringere la mia certezza durante la notte e appiccicarmela addosso, pelle contro pelle. Come un marchio indelebile, incancellabile, inscalfibile.

Vorrei poter arrivare alla fase successiva, e in un istante ritrovarmi catapultata in qualcosa che ho pazientemente desiderato, ma che mai ho avuto nè ricevuto. Senza dover passare per i livelli intermedi, che per carità, possono indubbiamente incuriosire, ma quando l’esigenza è quella di concretezze, l’attesa dilania.

Vorrei poter essere più che certa di quello che in verità non so ancora. E dormire senza piangere, senza ipotesi che mi affollano la mente e fanno a cazzotti. Senza scudi. Abbandonarmi abbandonata e al sicuro, difesa. 

Vorrei credere nella salvezza dell’anima, potermi finalmente sentire salva. Tenuta, presa, stretta. Forte. Forte che mi deve mancare l’aria, deve essere quasi una sensazione di apnea. Desiderata. Non tollero sul mio corpo sciarpe e vestiti accollati, collane esageratamente strette, collari. Mi sento soffocata, forzatamente privata del diritto di poter respirare. Sta volta invece sarei io ad optare per una simile sensazione. Che tuttavia non avrebbe niente da spartire col senso di strangolamento. No, nulla di macabro o masochista. Questa volta sarebbe una sorta di protezione. Aversi, sentirsi, volersi.

Che poi, chi lo dice che bisogna sentirsi costantemente in prova? Come la facoltà del consumatore di provare l’oggetto che ha catturato la sua attenzione, così da testarlo e decidere ex post se lo stesso può confacersi alle sue esigenze, e scegliere consapevolmente senza fretta alcuna.

Io però sto terminando la scorta nella dispensa. Devo essere sfamata. Altrimenti potrei esplodere e schizzare qua e là. E che guaio sarebbe. 

Inquieta scrivo. E se scrivo, sono. Regolare, ho tutto sotto controllo.

astinenze.

invadimi, e poi consumami. fino a morirne. e facciamola esplodere sta supernova, ma facciamolo insieme. io, patria di nessuno, in punta di piedi e in attesa. tu, libero e schiavo del niente, piantala la bandiera. ma ricorda che se accetti, lo stai facendo per restare.
sporcami, imbrattami di te. raccontami e raccontati, rivelati. saprò comprendere e intuire, saprò ascoltare.

respirami, assaggiami, mordimi, graffiami, mangiami. banchetta su questa tavola imbandita e apparecchiata per te, unico invitato e spettatore.
sentimi, annusami, respirami ancora. imparami a memoria, conoscimi. prendimi. e poi riempimi.

che questo non è un gioco, la clessidra sgambetta e la polvere si posa, se non fai qualcosa.

e io lo so, lo so che ho il cuore vergine, che ha bisogno di essere penetrato, colmato. è stanco, affannato, ghiacciato. rara l’eventualità in cui riesca ad infiammarsi, ma adesso sta prendendo fuoco, guarda.

riesci a sentire come brucia?

A senso unico.

Apparenze, resistenze. Irriverenti che fanno chiasso, bollenti che scottano.

Brucia, scoppietta questo tempo che scorre lento, ma non è più inverno. E per quanto ne so, l’estate la sento mia da quando ne ho memoria. Trasformata, breve ed essenziale.

E dove sta l’essenziale? Me lo domando di tanto in tanto. Le risposte vaghe ed imprecise, confuse. 

Si susseguono cicliche assenze e presenze, rispettando una cronologia spaventosamente puntuale, diacronia impeccabile, che disarma. Perfetta, precisa, stabilita, decisa. Tutto ciò che non so essere io.

Altro non è dato sapere, al momento. I nodi si scioglieranno, e sarà una nuova accoglienza.