26.02.

mai come in queste ultime settimane sto riflettendo sul concetto di ‘senso di appartenenza’,riferito ad un gruppo di individui nelle più disparate forme di aggregazione. amici,parenti,o molto banalmente situazioni atipiche e senza nome in cui persone si sentono legate l’una all’altra per qualche motivo che non ci è dato sapere. la mia attenzione si è focalizzata sull’importanza pregnante dello stato d’animo e delle sensazioni che involontarie scaturiscono da rapporti simili.

affetto incondizionato e disinteressato,ascolto,reciproca stima,senso del sacrificio per gli altri membri accompagnato dall’istinto primordiale di volerli proteggere il più possibile e scacciare qualsiasi avversità dal loro cammino. e se dovesse presentarsene anche una,affrontarla insieme senza dubbio incoraggia e il pensiero diventa già più sopportabile. protezione,regalata e ricevuta,senza che sia stata richiesta. tutto questo succede quando i legami sono ben saldi e ancorati,custoditi gelosamente in un forziere di cui soltanto i legittimi proprietari hanno le chiavi.

esistono poi rapporti innominati,il nostro legislatore li chiamerebbe così,non abbiamo dato loro un’etichetta e non li abbiamo tipizzati. originali,particolari,che danno qualcosa ma in un modo folle che spiegare non si può. l’ancora è instabile stavolta,ondeggia insicura. tuttavia nei momenti di quiete si respira un’aria serena,rassicurante che riesce a restituire pace.

senti di appartenere a qualcosa,gli elementi sono importanti tutti in egual misura,e mancandone anche uno soltanto..lo scenario muta sensibilmente,in ogni caso. destabilizzante scossa emotiva inaspettata. parte da lontano,si muove veloce,colpisce,si insinua e ferisce. e probabilmente il punto da cui si è originata,l’individuo che le ha dato il via ..non ha il minimo sentore dei danni che è capace di compiere. 

paura,appartenenza monca,vuoto.

il risultato,in prima battuta,prevede disarmante smarrimento. credo poi che l’esito conclusivo sia rappresentato da una presa di coscienza considerevole.

20.2.

guardami,sorridimi. confessati e non aver paura che non hai nulla da temere con me. scompigliami,sconvolgimi. scuotimi come fossi una saetta ed io il tuo bersaglio. scopami. scopami l’anima e pure il cuore. scopami il petto che arde e freme. scopami il cervello che ha fame di intelletto e passione. e poi prendimi,travolgimi. stordiscimi,ubriacami. sazia la mia sete che stremata si perde in ululati disperati. strappami via dalla testa la convinzione di non essere abbastanza. accarezzami e lecca le mie ferite,guariscimi. tu il carnefice ed io la vittima consenziente,balliamo una folle danza sulle note della sindrome di stoccolma. e ci perdiamo in giravolte di sinfonia. scopami le corde vocali mentre gridano il tuo nome,quando la voce si riduce ad un flebile richiamo quasi sordo. attraversami. trafiggi le mie pareti come appuntita lama : non vedrai scorrere alcuna goccia di sangue..sono lacrime rosse d’amore impregnato di te. confondi il tuo odore col mio,la tua essenza con la mia. riconosciamoci. e delle ansie liberiamoci. e poi stringimi,mischiamoci ancora,che la notte è giovane e lontana è l’aurora.

sdoppiarsi.

-rotta,mi sento rotta. 

-e chi è stato?

-non è opera di nessuno,sono stata io.

-davvero? credevo fosse stato qualcuno a renderti così. fragile e piena di crepe,buchi e solchi.

-sul serio dici che sono tutto questo? ohccazzo. 

-affermativo. lo dico. e posso anche ripeterlo se non è chiaro.

-e cosa credi io possa fare per.. ..ehmm..ripararmi? rattoppare i buchi e riappiccicare i bottoni? non credo di essere in grado da sola. il silicone è finito ed io ago e filo non so usarli. mi hai scambiata per una sarta,forse?

-non ho letto l’insegna di un negozio di sartoria qui intorno,non mi pare. la mia risposta a queste domande è una domanda anch’essa. tagliente e calda come uno schiaffo che brucia sulla pelle. ma tu…ti vuoi bene?

-ecco,ci risiamo. lo sapevo. tutti con sta storia del volersi bene. che me ne voglio troppo poco,che non mi guardo,che non mi ascolto. non mi accolgo,no. io non so farlo,sono venuta fuori così e ho bisogno che sia qualcun’altro a farlo per me.

-immaginavo. banale e superfluo dirti che devi imparare,perché è giusto,importante. per te,mi pare di intuire,che sia più che faticoso. sforzati,sii paziente. le cose belle hanno bisogno di calma,cura e pazienza.

-scusa eh,ma devo interromperti. hai appena parlato di ‘cose belle’..ma io che c’azzecco in questo discorso? stai forse insinuando che io sia bella? ma che cazzo..

-non l’ho insinuato,ragazzina. prendine atto. è ciò che ho detto. sei importante e devi accettarlo e cucirtelo addosso. e non attaccare di nuovo col pippone della sartoria che saresti ripetitiva. il mio tempo qui è terminato. devo andare.

-ma come..di già? aspetta..

-devo proprio scappare,non posso trattenermi ancora. mi raccomando a te,delicata creatura. non aspettarti più.

silenzio.

che cos’è?

premessa numero uno : non credo alle fiabe,a babbo natale o agli unicorni volanti. preferisco di gran lunga interfacciarmi con ciò che è,senza effetti speciali. 

premessa numero due : il mio bicchiere è sempre mezzo vuoto. e le ragioni di questo comandamento sono le più disparate : autodifesa,paura,embrionali aspettative che rimangono tali,perché così deve essere. e perché quando ho provato a guardare meglio ed intravedere due gocce d’acqua nel bicchiere.. è successo un putiferio che manco vi dico.

bene. 

pochi giorni fa,per una ricorrenza calendarizzata e ridicola che porta il nome di ‘festa degli innamorati’ (nessun tentativo di finto anticonformismo mascherato,molto semplicemente non concepisco simili celebrazioni),mi è stato inviato un video girato in una clinica di palermo. a diversi anziani,purtroppo non in buona salute,è stato chiesto qual è la loro concezione dell’amore. le risposte sono state genuine e divertenti,piene di verità e sorrisi a tratti malinconici. la mia reazione non calcolata e assolutamente spontanea è stata un insieme di sorrisi e lacrime di tenerezza. una sensazione di impotenza e fragilità ma al contempo di stupore meraviglioso di fronte a ciò che stavo ascoltando. evidentemente esiste davvero. lo scorgo negli occhi degli altri,lo sento attraverso le parole pronunciate dagli altri,lo vedo nei gesti e nei comportamenti,sempre degli altri. insomma non è una fantasia,esiste sul serio. io non lo conosco,ma so che c’è. e che non è un’entità astratta ma una forza incondizionata e immune ai limiti. che riempie il petto e gli occhi. che un contorno non lo ha perché i contorni sono due. e si mescolano e si fondono in una nuova figura,in un’anima più pura e migliore.

nudi e soli.

primo anno di vita nuova a siena,una notte buia e senza sonno di fine giugno. si accompagna una nostra amica a casa,lo scienziato pazzo ci mette paura. e noi tre insieme siamo imbattibili,il tempo e gli eventi lo hanno confermato e sottoscritto. partecipanti ad un’alleanza di fratellanza che sconfigge draghi dalle lingue infuocate e mostri dai tentacoli sinuosi e minacciosi. durante il tragitto inverso ci si ferma a riflettere sui massimi sistemi. alle tre di notte,come due idioti. quella notte la ricordo bene. “perché alla fine là..noi nasciamo nudi e soli”. questa considerazione negli anni mi è tornata spesso alla mente,ritornello di una canzone che non passa di moda anche se trascorrono i secoli. attuale,concreta e fottutamente realistica. che fotografa ciò che è. l’ho interpretata sin dall’inizio come un monito che così recita “tutto ha inizio da te. muoviti e smuoviti. gli altri possono fornire un contributo notevole ma se non sei tu a dare il via,la musica non parte”. direttore d’orchestra che suona sincrona ma anche a lei è concesso qualche errore di calcolo,quando gli spartiti li leggi male o confondi le note e l’armonia viene violata. sfasata. d’altro canto si sa,errare è abilità umana. perseverare poi..sopraffina. per i più o per i meno,questo è da stabilirsi in itinere. 

ebbene si,nudi e soli. te la devi vedere tu,la devi risolvere tu. ti devi arrampicare,con le dita insanguinate e i polpastrelli che urlano pietà,con i piedi stanchi e consumati dal terreno sbriciolato. e le corde vocali a pezzi che prosciugate stridono. e il petto che a tratti pare scoppiare,si quieta per un apprezzabile intervallo e riparte all’impazzata.

tu,te la devi sbrigare tu.

11.2.

in paralisi emotiva ed emozionale vorrei stare. e non sentire più niente. dormiente. indifferente e non più resiliente. e comprendere cosa per me è meritevole di tutela. cosa nel mio piccolo ordinamento merita riconoscimento e conseguente protezione. distributore automatico che al posto delle merendine piene di conservanti ha da offrire semplici parole. che un senso lo hanno,hanno un inizio,uno svolgimento ed una conclusione. e si snodano l’una dopo l’altra,sciogliendosi e fondendosi. confondendosi. qualcuno dovrà però avvertire un consistente senso di appetito e così decidere di essere da me sfamato,altrimenti me ne staró ferma e ghiacciata con tutte quelle bevande e schifezze che mi provocano soltanto un’insopportabile nausea.

8 febbraio.

colazione al bar,pagare bolletta,fare due passi e scattate due foto,ricordarsi di me. il conta passi conta veloce e la musica in cuffia mi accompagna. chi non ha un posto tutto suo? fatto di istanti incastonati nel tempo,immobili e vividi che a volte ritornano a galla come una boa andata giù per errore. ci vediamo al muretto,si diceva. ecco,quel muretto è uno dei posti di cui parlavo. freddo e inerme,ma sempre presente. quattro stagioni. e ogni tanto mi viene voglia di ripassare proprio da lì. e mi vedo cresciuta,non è più un rifugio quell’ammasso di pietra. è un luogo indubbiamente importante che è stato di passaggio,che oggi guardo con tenerezza per ciò che è stato. un altro giro e mi ritrovo davanti il posteriore del duomo,alzo lo sguardo e riparto. precarietà di obiettivi deboli ed incerti che devono acquistare vigore. devo annaffiarli,mi serve dell’acqua,tanta acqua. funambolo alle prime armi disorientato e poco aggraziato,con la paura di volare giù di sotto e spaccarsi il cranio. goffo si destreggia su quel filo così sottile da sembrare un lungo capello scuro senza punta,mentre quei piedi incauti vogliono continuare ed avanzare a tutti i costi. la posta in gioco è troppo alta per non tentare,e qui si rischia il tutto per tutto ragazzi. i dadi sono stati lanciati,il cronometro è partito per segnare il tempo e la voce si è schiarita.